Perché chiama numeri proibiti?

di Valeria Palumbo


La prima volta che ho chiamato, ho avuto io problemi a capire. L’accento siciliano dell’operatore del call center di Telecom era così pesante che, se non avessi dovuto passare tutta la trafila («Benvenuto... prenderemo i suoi dati personali, la registreremo... prema 1, prema due, prema 3, riprovi, etc.») avrei creduto di aver sbagliato numero. Comunque è stato lui, a lungo a non capire: gli avevo solo detto che quando, da casa, facevo un numero di telefono, contemporaneamente partiva un parallelo segnale di occupato e una voce che diceva «L’utente non è abilitato alla chiamata desiderata...». Un po’ arrabbiato mi ha detto che non capiva perché mi ostinavo a chiamare quel numero se era occupato. Poi deve aver avuto un’illuminazione e ha promesso di mandare un tecnico per il 7 gennaio. Il 6 gennaio, Befana, alle 7 del mattino non solo dormivo profondamente. Ma avevo la febbre alta. Quando è suonato il telefono tutto ho immaginato fuorché che fosse il tecnico della Telecom. Non ce l’ho fatta ad alzarmi. Ho perso il giro.

Call_Center

Un paio di settimane dopo ho riprovato. La prima operatrice, raggiunta dopo una lunghissima attesa («Manifestazione sindacale in corso, la preghiamo di attendere... Ci scusiamo per il protrarsi nell’attesa... nel frattempo vorremmo sottoporle alcune offerte... etc.»), mi ha sbattuto il telefono in faccia quando le ho detto che era il caso che fosse più gentile. Il terzo operatore mi ha detto: «Ma signora se chiama numeri vietati per forza le dà quella risposta». Non so che cosa mi abbia fatto mantenere la calma: «Il numero che mi ostino a fare è da 40 anni quello di casa dei miei», gli ho spiegato. «Escludo che mia madre, in pensione, si sia convertita al porno. Ma poi sto cercando di spiegarle che si tratta di una seconda linea che si sente in sottofondo e disturba la comunicazione». Dopo un bel po’ di minuti (ma li pagano ancora a minuti?) e dopo aver finalmente moderato il tono arrogante della voce mi ha promesso di mandarmi in due giorni un tecnico.

Con efficienza spaventosa la mattina dopo, alle 7,30, il tecnico ha chiamato: non ho il telefono accanto al letto. Con un balzo felino sono riuscita ad acchiappare la cornetta: «In dieci minuti sono da lei signora, spero che non stia uscendo». Non so che botta di ironia mi abbia preso (a quell’ora il massimo della spiritosaggine è farmi le boccacce dopo aver visto allo specchio il mio aspetto post-notturno), ma sono riuscita a rispondergli: «Ero già sulla porta ma non si preoccupi: chiamo in ufficio che arrivo più tardi». Quando è arrivato, 40 minuti dopo, congelato da una terrificante mattinata di nebbia meneghina, ero più o meno riuscita a uscire viva dalla doccia gelata (la sera prima avevo trovato il cartello che avrebbero sospeso l’erogazione del gas) e accoppiare in modo corretto le calze. Ha verificato (come io davo per certo) che il mio telefono non c’entrava nulla e mi ha rassicurato: «Torno in centrale, signora, e risolvo tutto da lì». Mi sono chiesta perché non avesse provato subito: lui si sarebbe risparmiato la gelata. Io il cardiopalma da risveglio violento. Però ora il telefono funziona. E io sono felice.

Tutto questo, anche se assomiglia poco a un articolo, solo per dirvi: c’è un vantaggio a vivere in un Paese dove non funziona quasi nulla. Si apprezzano le piccole vittorie. Però questo non esonora dal chiedere a gran voce, come clienti di un servizio salato, che almeno gli operatori del call center siano gentili.

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