Avatar e il gas domestico

di Valeria Palumbo


Un film come Avatar, che vi invito caldamente ad andare a vedere (e poi vi spiego perché), mi lascia di cattivo umore per due motivi. Il primo è costituito dall’azienda del gas meneghina. Non ne faccio una questione lombarda: so che a Roma le cose vanno nella stessa maniera. Domenica torno a casa e trovo un cartello: l’indomani, lunedì, la fornitura del gas sarà sospesa dalle 8 alle 12 e dalle 13 alle 16. Si invitano i condomini a chiudere i rubinetti del gas in quelle ore. Siamo nel 2010, il film Avatar disegna un futuro non così lontano in cui avremo a che fare con trasferte su altri pianeti, cloni, e una tecnologia touchscreen molto simile a quella già esistente, e la nostra azienda del gas non ha ancora imparato due cose: che le donne lavorano. E che in casa, tranne qualche anziano, in genere non resta nessuno (a Milano, a sentire il trambusto mattutino provocato dai miei arzilli vicini non restano in casa neanche gli ottantenni). Ovvero l’azienda del gas non solo ti tratta come un cretino: apri e chiudi i rubinetti, domani non ti lavare, non fare il caffè e non pranzare. Ma ignora pure le più elementari mutazioni sociali che hanno investito l’Italia negli ultimi 40 anni. Negli Stati Uniti, avvertiva venerdì 8 gennaio la Repubblica, l’occupazione femminile ha superato per la prima volta quella maschile. Da noi siamo lontani, ma ci arriveremo. E allora non ci sarà rubinetto del gas che tenga. Ovviamente gli autori di Avatar lo sanno benissimo e infatti le loro eroine guidano elicotteri, sparano, lanciano frecce, fanno le scienziate e le sciamane. Con gli apparecchi domestici non trafficano, tranne che Sigourney Weaver, che interpreta la combattiva dottoressa Grace Augustine, a un certo punto costringe il protagonista, Sam Worthington (che interpreta Jake Sully, insieme con il suo avatar) a mangiare almeno un piatto caldo. Millenni di imboccamenti materni non si dimenticano così in fretta, l’ammetto.

avatar

Il secondo motivo per cui sono uscita triste da Avatar (che davvero vi suggerisco di andare a vedere), è che disegna un futuro in cui saremo cretini esattamente come oggi. Ora, è vero che parla degli americani. Ma si sa che loro fanno sempre le cose per primi. E quindi: hanno sfruttato gli schiavi neri, li hanno a lungo linciati e poi si sono pentiti. E adesso hanno anche un presidente di colore. Noi abbiamo appena iniziato a sfruttarli e linciarli. La strada prima del presidente nero è lunga.

Non solo: hanno massacrato gli indiani, ne hanno inaridito la terra, poi sono andati a far danni altrove. E benché si siano impantanati ovunque siano arrivati (nella giungla del Vietnam come nel deserto dell’Afghanistan), continuano a farlo. Nonostante il presidente nero. Noi non siamo riusciti (ai tempi) a invadere l’Albania, figuriamoci un altro pianeta. Ma ogni tanto agitiamo anche noi le nostre piccole asce di guerra.

Avatar è un gioco. Andatelo a vedere per questo. La morale è banale, i personaggi tagliati con l’accetta, la storia un mix tra Un uomo chiamato Cavallo, Apocalypse Now e Guerre stellari. Però, che spasso seguire la mezz’ora di battaglia aerea finale: ci si dimentica perfino delle nostre paleozoiche aziende del gas.

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