Categoria: Editoriali Data pubblicazione Scritto da Redazione
Ultima modifica il Giovedì, 26 Aprile 2012 19:08
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Categoria: Editoriali Data pubblicazione Scritto da Valeria Palumbo
Valeria Palumbo, attuale caporedattore de l’Europeo, non collabora più con noi. La lunga discussione che è stata scatenata dall’editoriale che proponiamo di seguito è difatti sfociata in alcune divergenze profonde.
Da parte nostra ci teniamo a sottolineare che MeddleTv nasce con un intento ideologico ben chiaro e definito e per questo ha, negli anni, speso tante energie nel voler costruire un substrato culturale e informativo che possa diventare fondamenta per tutti noi che non crediamo alle emergenze, ai metodi tampone e alle giravolte “tecniche”. Non possiamo, per questi motivi, consigliare, all’interno di un editoriale, a tutti coloro che hanno delle ambizioni, di rifugiarsi dietro uno sportello bancario. Non possiamo poi, per gli stessi motivi, pubblicizzare una fiera come Job&Orienta che larga collaborazione ha intrapreso con Alphatest e Hoeplitest, ideatori e produttori di libri guida per i test universitari, a nostro parere complici nella considerazione puramente merceologica delle conoscenze in antitesi con i nostri obiettivi divulgativi. Il punto di vista di Valeria Palumbo lo lasciamo all’editoriale in questione che lei ha difeso a spada tratta fino all’ultimo e che noi proponiamo in forma integrale e senza alcuna correzione anche lì dove crediamo esserci alcune imprecisioni.
La redazione di MeddleTv
Quale lavoro
di Valeria Palumbo
Parliamo di lavoro. Parliamo di lavoro, se mi permettete, perché questa è la priorità per i ragazzi. Ma è anche fonte di alcuni equivoci. Io lavoro in un giornale. Ogni giorno va peggio. Ogni sei mesi, circa, siamo meno in redazione, le vendite sono crollate (per tutti), la pubblicità si è dileguata. Cerchiamo di sopravvivere ma è una scommessa persa. Motivo? Senza lettori i giornali non esistono, inutile girarci intorno: la pubblicità è stata un’abile trovata degli anni Ottanta quando i lettori erano di più, ma non abbastanza e le aziende credevano davvero che comprare a caro prezzo pagine e pagine di réclames con fanciulle svestite facessero vendere quintali di maionese e auto in più (non entro nel merito se allora fosse vero). Questo ha permesso ai giornali di prosperare per qualche anno ma era evidente che si trattasse di un bluff. Ripeto: i giornali si fanno per informare i lettori (su tutto, per carità: dai matrimoni dei tronisti agli ultimi ritrovati nel campo della pesca a mosca), non per consegnare i pochi che hai ai tuoi sponsor. Venuta la crisi, crollato il bluff: gli italiano non leggevano prima e non leggono ora... almeno su carta. La carta è dunque in “promettente agonia”.
E allora? E allora sono molto solidale con i ragazzi che cercano un posto e mi infurio su quelli che vogliono fare i giornalisti o i fotoreporter. Peggio: con quelli che pretendono di fare i Terzani e le Oriane Fallaci del XXImo secolo. Giustamente un collega dice sempre: la nostra professione è come la luce delle stelle; noi, guardandola, pensiamo che esistano ancora e invece quelle sono scomparse milioni di anni fa.
E dunque: sono certa che la classe dirigente italiana abbia rubato il futuro ai giovani svendendo il Paese a se stessa e a pochi affaristi, devastando il territorio (ma questo con un’ampia ed entusiastica partecipazione popolare), assicurando un welfare folle (anche questo con un’ampia partecipazione popolare: mai visto un baby pensionato protestare o una vecchietta rifiutarsi di fare l’ennesimo esame inutile a carico del sistema nazionale sanitario) e appoggiando una serie di mafie che hanno drenato risorse e bloccato lo sviluppo (ma dov’eravano i giovani calabresi fino a qualche anno fa? Perché non si opponevano?).
Ma da qui a pretendere che si possa, nella vita, essere retribuiti per ciò che ci piace e nel modo in cui ci piace ce ne passa. Sento protestare giovanotti che non vendono i loro servizi fotografici (gli ennesimi) su Sarajevo e mai nessuno di loro che si sia chiesto quanto si siano divertiti i loro padri a lavorare in fabbrica per permettere loro di starsene a 30 anni a casa a cercarsi un futuro.
In sintesi. Trovo giusta la rabbia di chi poi ha il coraggio di ribellarsi (vedi Peppino Impastato non i tiratori di estintori alle manifestazioni). Trovo giusta la rabbia di chi studia per il proprio tempo (per esempio come mai se c’è tutta questa voglia di occuparsi degli “ultimi” nessuno più vuol fare l’infermiere? Faticoso? Sporco?) e poi non trova impiego. Trovo giusta la rabbia di chi sa che in gran parte del mondo si lavora per vivere e non per soddisfare ambizioni letterarie e che queste ambizioni letterarie e umanitarie (anche solo per coerenza), si possono soddisfare dopo il lavoro, a proprie spese. Non sarebbe paradossale guadagnare, che so, sulle attività in difesa dei diritti delle donne e contro la guerra?
In ultimo, un’indicazione della nonna: informatevi. Leggo ora che alla Fiera di Verona, il 25 e 26 novembre c’è la 21a edizione di JOB&Orienta. I dati parrebbero certi: «laurea e diploma restano la migliore assicurazione sul futuro, a patto che i ragazzi facciano la scelta giusta, consapevoli di quello che chiede il mercato del lavoro». Al solito servono ingegneri e non letterati. Le prime tre professioni di sbocco per i laureati italiani sono quelle di infermiere (4.700 unità), educatore professionale (circa 2.500), sportellista bancario (oltre 2mila). Le imprese lamentano come introvabili i laureati in economia bancaria, finanziaria e assicurativa da impiegare come addetti allo sviluppo clienti nei servizi finanziari (740 su 890 le assunzioni difficili). Lo stesso per gli ingegneri delle telecomunicazioni che svolgano la professione di consulente di prodotti informatici (530 su 870 le assunzioni difficili) e per gli ingegneri civili da assumere come addetti alla logistica (280 su 480 le assunzioni difficili). Brutti mestieri? Anch’io volevo essere Oriana Falaci e passo gran parte del tempo a correggere testi mal scritti e fare didascalie.
Ultima modifica il Martedì, 17 Gennaio 2012 18:38
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Categoria: Editoriali Data pubblicazione Scritto da Valeria Palumbo
Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa della Novaja Gazeta fu assassinata nell’ascensore del suo palazzo con tre colpi di pistola al petto e uno alla testa. I suoi articoli, soprattutto quelli sul conflitto in Cecenia, davano fastidio a molti, a cominciare dall’attuale premier (e allora presidente) russo Vladimir Putin. Nel febbraio 2009, dopo 12 ore di camera di consiglio, i quattro imputati, Dzhabrail e Ibrahim Makhmudov, Pavel Ryaguzov e Sergei Khadzhikurbanov, furono assolti per mancanza di prove. Nel maggio 2011 è stato arrestato in Cecenia il terzo fratello Machmudov, Rustam, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio. A fine agosto è finito dietro le sbarre anche Dmitrij Pavlyučenkov, ex poliziotto moscovita a cui si imputa di aver coordinato l’esecuzione. I mandanti, quelli veri, resteranno molto probabilmente nell’ombra anche se si arriverà alla condanna dei “sergenti”. La Russia di oggi è uno Stato di polizia. Lo dico perché, nell’abuso colpevole che il nostro Premier fa delle parole (sarebbe bello che a Natale gli regalassimo tutti un dizionarietto d’italiano: 60 milioni di dizionarietti ammassati davanti Palazzo Grazioli), è venuta pure fuori l’espressione che il nostro è uno Stato di polizia. Perché? Perché uno non può fare quello che vuole, nemmeno concedere appalti in cambio di notti di sesso mercenario. Che vergogna. Per quel che mi riguarda trovo anche una vergogna che la Chiesa, le rare volte in cui si sveglia, urla al peccato “carnale” e dimentica che i comandamenti “Non rubare” e “Non commettere falsa testimonianza” esistono davvero, mentre “Non commettere atti impuri” non esiste. La Bibbia vieta l’adulterio ... e il desiderio della donna di “proprietà” altrui, dello schiavo, della schiava, del bue, dell’asino, e più in generale di qualsiasi cosa che appartenga al tuo prossimo... e in effetti ci chiedevamo che disposizioni c’erano sulle ville del premier e i suoi cactus.
Non rubare è più importante. E non uccidere, evidentemente, ancora di più. Curiosamente negli Stati di polizia il potere (quello dei premier e dei presidenti) tende a passare da un eccesso all’altro. E quindi sarebbe bene difenderci con la memoria. Per esempio ricordando che cosa è stata la Russia di questi anni (non credo che Putin farà la fine di Gheddafi, costretto a fuggire nel deserto come Wile E. Coyote, ma in comune hanno almeno la sconfinata amicizia del nostro premier). Si può fare in molti modi. Uno è andare a teatro (i testi sulla Russia, sulla Cecenia, etc. sono diversi). In particolare vi suggerirei (se potesse andare in tournée) EL’SA K, scritto da Andrea Riscassi, per la regia di Alessia Gennari, con Fabio Paroni, Sara Urban e Paola Vincenzi, e musiche di Federico Gon. È in scena il 6, 7, 8 ottobre, alle 21, al piccolo Teatro del Borgo, in via Formentini 10, Milano. Lo spettacolo narra la vicenda di El’sa Kungaeva, giovane cecena stuprata e uccisa dopo essere stata rapita da una pattuglia di soldati russi guidati dal colonnello Jurij Budanov. Di El’sa Kungaeva, del suo omicidio e della violenza consumatasi sul suo corpo si era a lungo occupata Anna Politkovskaja (per info e prenotazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ). Jurij Budanov è stato ucciso per strada a Mosca, il 10 giugno 2011. Nel 2003 era stato sottoposto a processo per il suo delitto: le udienze erano durate due anni e tre mesi, un buon modello per chi adesso, pur di salvare il premier, intende condannare ancor più la nostra giustizia all’agonia con il cosiddetto “processo lungo”, codina della “prescrizione breve” che rischiava di cancellare perfino il processo a Torino contro l’Eternit (2.200 morti per l’amianto). Budanov fu condannato alla fine a dieci anni (anche il giudice che l’aveva arrestato ebbe la stessa pena: per corruzione).
Ultima modifica il Venerdì, 09 Dicembre 2011 14:34
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Categoria: Editoriali Data pubblicazione Scritto da Valeria Palumbo
Vorrei parlarvi di vergogna. Ma è troppo facile parlare di vergogna pensando alla moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, che percepisce (come tanti altri) una pensione da quando ha 39 anni e la cui scuola privata è lautamente finanziata dai soldi pubblici, ma che continua a inveire contro Roma ladrona, quando è ormai evidente che la “sua” rutilante Padania abbia dato l’assalto alla diligenza. Ed è ancora più facile parlare di vergogna accennado all’ignobile rissa in Parlamento tra Claudio Barbato (Fli) e Fabio Rainieri (Lega), in cui entrambi facevano da paladini (o leccapiedi?) di chi non andrebbe difeso.
Così vi parlerò di vergogna segnalandovi due libri. Fra l’altro, alla presentazione di uno dei due romanzi, Happy Italy (Perrone editore), Ilaria Rossetti, l’autrice, ha giustamente detto, quando le è stato chiesto perché i giovani italiani siano così poco indignati (in più i pochi che si indignano vengono sopraffatti sui media da qualche centinaio di idioti armati di pietre e bastoni, manco fossero un branco di Australopithecus): «Perché non si informano». Vero. Informarsi è il primo passo.
Per esempio, Ilaria nel suo rapido romanzo ha affrontato il tema di Bancopoli e la scorretta scalata di Giampiero Fiorani all’Antonveneta, con tutti i guai che ne sono derivati. Alzi la mano chi si ricorda di questo scandalo. Dobbiamo seguire troppi scandali? Può essere. Ma alzi la mano allora chi sta seguendo, oggi, la vergognosa vicenda del Credito Cooperativo Fiorentino e del suo presidente, Denis Verdini, che avrebbe aperto, secondo il Nucleo di investigazione finanziaria, ben 60 crediti a suo favore erogati dalla sua banca. Accuse da provare? Certo. Ma c’è già abbastanza per indignarsi. E invece... Probabile che a indignarsi ogni giorno ci si faccia il sangue amaro. Ma ahimé va fatto. E non tirando poi pietre (perché della violenza sì che bisogna poi vergognarsi). Ma impedendo a questi signori di nuocere ancora. Poiché non corrono di loro spontanea volontà a nascondersi dalla vergogna, va impedito loro di ricoprire incarichi importanti. I modi pacifici, civili e democratici sono innumerevoli. A volte basterebbe circondare Montecitorio con un cordone di clown per bloccare certi provvedimenti insensati (per esempio i condoni: scommettiamo che ne varano altri?). In genere basterebbe usare la testa quando si vota (una volta rirpristinate la preferenze). Perché poi a pagare le allegre trovate di questi signori, Fiorani in testa, sono i piccoli risparmiatori. Che magari hanno risparmiato non pagando le tasse, che magari hanno davvero creduto che le monete d’oro crescessero sugli alberi, che magari hanno votato sempre in modo distratto... ma che alla fine devono mettere insieme il pranzo con la cena. E vederli piangere, o addirittura suicidarsi, fa male. Ilaria Rossetti mi raccontava del suo stupore nell’osservare migliaia di ragazzi che accorrevano per sbirciare Fabrizio Corona in discoteca, all’epoca dei processi per estorsione. Non capivano nulla, non si informavano, non volevano capire: inutile girarci intorno. Però non possiamo voltare la testa. Non solo perché certe forse di stupidità collettiva sono contagiose. Ma perché poi pesano sia nell’urna, sia sulla mancanza di vergogna di chi si sente ormai autorizzato a qualsiasi porcheria. Le bugie del premier si potevano fermare ben prima della “nipote di Mubarak”: bastava sommergerlo subito di fischi.
Prevenire aiuterebbe anche a limitare i danni, spesso catastrofici. E da qui il suggerimento del secondo libro: il bellissimo Tu non sei come le altre madri, di Angelika Schrobsdorff (edizioni e/o). In sostanza è la storia di un’incoscienza: quella di una ricca e colta donna ebrea che, incurante di quello che sta accadendo in Germania, viene trascinata nel baratro con i suoi figli. Le “distrazioni” si pagano care. E poiché appunto è ben difficile che tiranni, truffatori e malandrini si vergognino delle loro azioni e tornino sui loro passi, sarà bene da oggi in poi informarsi tutti un po’ di più, distrarsi meno. Indignarsi in modo più concreto.
Ultima modifica il Mercoledì, 16 Novembre 2011 19:26
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Categoria: Editoriali Data pubblicazione Scritto da Redazione
Così come l’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, elogiando in un’intervista alla Repubblica la passività (pagata) delle prostitute trans rispetto alla “stressante” vitalità (normale) delle mogli e delle compagne, non ha fatto che peggiorare la sua già pessima immagine, il buon Massimo D’Alema è riuscito a far di peggio con i gay. Rispondendo a una domanda sui matrimoni gay di Diego Bianchi a un incontro a Ostia, l’illuminato democratico ha risposto: «Il matrimonio è tra l’uomo e la donna, questo dice la Costituzione». Non contento, di fronte alle giuste reazioni (spero non soltanto degli omosessuali) di protesta D’Alema ha cercato di chiarire: «Non ho mai detto che la Costituzione impedisce il matrimonio omosessuale. Ho detto che siamo in un Paese con una storia e una tradizione», nel quale la lotta per i diritti deve fare i conti «con un ragionevole compromesso» tra «l’allargamento dei diritti per persone che convivono» e «la sensibilità di un mondo cattolico che si sente urtato». Se avesse parlato così Quintino Sella (che non l’avrebbe mai fatto perché era un conservatore, ma un fiero anticlericale: cosa possibilissima, con buona pace dei nostri catto-tutto), poco male. Invece ha parlato così un progressista. In teoria. Certo che l’Italia ha una storia. Per quel che mi risulta tutto il mondo ha una storia e quasi tutti hanno tradizioni. Se il principio da salvare è il rispetto di questa storia e di queste tradizioni, in Italia le donne non avrebbero il voto, non ci sarebbe il divorzio (quello offende parecchio la Chiesa, pare), le bambine non farebbero sport e la pubblicità dei preservativi anti-Aids sarebbe vietata (be’ quella di fatto è vietata...). Ma a pensarci bene, se avessimo voluto proteggere la sensibilità del “mondo cattolico” (a quale mondo cattolico si riferisce D’Alema? Ai cattolici scambisti, evasori o semplicemente ai cattolici non bigotti, oppure alla Chiesa?) affideremo ancora le “streghe” ai roghi dell’Inquisizione, costringeremo le donne non sposate al convento, metteremo all’indice gli eretici e lanceremo crociate a ogni piè sospinto, invocando la distruzione degli infedeli (a dir la verità, qualcuno continua a farlo).
Il buon D’Alema, pessimo progressista, ha dimenticato che i suoi presunti antenati, i liberali e i socialisti dell’Ottocento e del Novecento si sono dovuti battere contro tutte le storie e tutte le tradizioni perché il magro bagaglio di diritti che gli Stati e la Chiesa riconoscevano agli esseri umani fosse allargato. Si sono battuti affinché non esistessero “paria” nelle nostre società e perché ognuno fosse libero di essere se stesso finché non avesse leso la libertà del prossimo. Non dico che D’Alema dovesse ricordare il Sessantotto (pare che all’epoca fosse impegnato in altre attività, compreso il lancio di una molotov). Ma almeno lo spirito, rivoluzionario per l’epoca, della nostra Costituzione.
ps Da laica la mia sensibilità è molto, molto offesa dalla copertura che la Chiesa offre ai suoi (ahimé numerosi) preti pedofili. Capisco che anche a proposito la Chiesa vanta una lunga storia e una consolidata tradizione (non sono ingiurie: mi occupo di storia delle donne, ho parecchi documenti da offrire sulle perversioni sessuali dei religiosi nel corso dei secoli). Ma forse anche in questo caso un po’ di progresso non farebbe male.
Ultima modifica il Venerdì, 28 Ottobre 2011 10:10
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