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In genere trovo del tutto condivisibili gli editoriali di Massimo Gramellini sul quotidiano La Stampa. E così mi ha trovato quasi del tutto d’accordo anche quello di sabato 13 agosto, Il lamento del Medio Alto, nel quale spiegava perché un contribuente onesto di reddito medio-alto ha tutte le ragioni per essere furibondo con la manovra del governo contro il debito pubblico. Contestando, giustamente, che la stretta servirà davvero a ripianare il debito e pagare i servizi pubblici, Gramellini scrive dei suoi soldi: «So già che verranno gettati fra le fauci del Carrozzone Pubblico, che se li divorerà in un sol boccone per poi rivoltarsi famelico contro di me, chiedendomi altro cibo». In effetti, non c’è una sola misura che ci metta al riparo dai superstipendi dei dirigenti pubblici e dai loro sprechi, dagli appalti stile Cricca e dalle relative tangenti, dai costi-sperperi reali della politica (a cominciare dai vitalizi per finire con i voli blu). E via dicendo. Né c’è nulla che riduca gli ingiusticati e moralmente ingiustificabili privilegi fiscali concessi alla Chiesa (su questo anche il Pd colpevolmente tace). Né nulla di reale contro gli evasori, ovvero contro i veri ricchi (ma contro anche i “ricchetti” tipo il salumaio all’angolo e l’idraulico).

Tutto questo è stato detto. Ma c’è una cosa su cui non concordo: la protesta contro i “non-privilegi” concessi a chi ha figli. Si è molto indignato anche Pier Ferdinando Casini, prendendosela, in stile piuttosto fascista, con i single. In sostanza ha detto: chi ha scelto di non avere figli, meglio chi ha scelto di non avere due o tre figli, deve pagare di più. Ma perché? Avere figli oggi è una scelta. Se lo fai ti carichi di un’angoscia (quella del loro futuro) e di un costo. I figli costano, si sa. Ci si dovrebbe pensare prima. In compenso, in un Paese sfasciato come l’Italia, i figli (no, meglio, le figlie, e anche questo è risaputo e forse è il motivo per cui da noi non si pratica l’aborto selettivo) badano ai genitori da vecchi. E da vecchi i genitori costano. Molto. Se non costassero ai figli, costerebbero alla comunità. O a se stessi. Io, che non ho figli, spero di mettere da parte qualche soldo per potermi permettere, un giorno, cure adeguate e un istituto decente. Non sono molti (gli istituti decenti). E sono carissimi. Benché versi allo Stato metà del mio reddito (di più se conto le tasse indirette, quelle che i “ricchetti” non pagano perché non pagano neanche l’Iva), non ne avrò diritto. Perché?

Voglio dire, come mai in Italia è del tutto passato il principio che non si debba pagare il prezzo delle proprie scelte? Ci pensavo anche leggendo l’agghiacciante (per me) intervista a Pietro Marrazzo apparsa sulla Repubblica il 15 agosto 2011. Mi dispiace che a firmarla sia una donna. Ma sul singolare maschilismo interiorizzato di Concita De Gregorio (non a caso tra le poche donne scelte a dirigere un quotidiano, l’Unità, e da poco defenestrata) mi ero già trovata a riflettere quando, per lanciare la sua direzione, aveva scelto una pubblicità con il sedere di una ragazza in primo piano.

E dunque la De Gregorio si beve senza battere ciglia tutte le risposte maschiliste e irresponsabili di un signore che ha ingannato i suoi elettori, tradito i suoi doveri (un ruolo pubblico ci lega anche alla dignità, appunto, e alla non ricattabilità), rovinato la sua famiglia (perché voglio vedere, in un Paese così omofobo come vivranno le figlie: se fosse andato solo per prostitute, lo sappiamo, sarebbe un eroe, ma i trans...) e mentito alla moglie. E fin qui peggio per la De Gregorio. Ma peggio anche per noi. Perché le risposte di Marrazzo, che guidava, per la sinistra, una delle più importanti regioni italiani, svelano sia l’arretratezza di un “maschio” che invece dovrebbe avere idee progressiste. Sia quest’assurdo principio catto-iprocrita per cui la vergogna non è nel fare certe cose, ma nel lasciare che vengano scoperte. Mai visto uno che si pente prima di essere beccato e, con onestà, va davanti alle telecamere e dice ai suoi elettori: «Signori miei sto facendo cose che mettono a repentaglio l’affidabilità del mio lavoro e quindi me ne vado». Figurati: qui non si dimettono neanche se beccati con le mani nel sacco. E se si dimettono, riemergono dopo pochi mesi. Vi aspettavate una resurrezione così rapida dell’ex ministro Claudio Scajola, quello che aveva detto: «Se dovessi acclarare che l’abitazione in cui vivo a Roma fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, si eserciteranno le azioni necessarie per l’annullamento del contratto di compravendita»? Io sì: siamo in Italia. In ogni caso, che cosa ha detto il pio Piero, che, subito dopo essere stato beccato con trans e cocaina, è corso a rifugiarsi in convento a Montecassino? (Prima, non ci aveva pensato?). Ha detto: «Io non sono omosessuale. Non ne faccio un vanto, ma non lo sono. È così. Ho amato solo donne. Moltissimo, e con frequente reciprocità. Dai transessuali cercavo un sollievo legato alla loro femminilità. Il fatto che abbiano attributi maschili è irrilevante nel rapporto, almeno nel mio caso». La prima domanda è: che cambia? Nessuno, in teoria, gli ha mai contestato come colpa l’omosessualità, ma il consumo di sesso a pagamento e di droga. Ovvero due cose incompatibili con il suo ruolo pubblico. Pensa che la sua colpa sarebbe stata meno grave se fossero state prostitute donne? E poi la risposta è piena di trappole: dice di avere amato solo donne. A rigore questo non ha nulla a che vedere con il sesso. Ed è il sesso, non l’amore, che definisce se sei etero o gay. Dopodiché dice, indirettamente, che non ha amato questi trans: e perché? Certo si trattava di rapporti prezzolati. Ma ancora una volta non viene fuori questa singolare tendenza di questi cattolicissimi signori di scindere sesso e amore e di trovare dignitoso pagare qualcuno con cui fare sesso e poi disprezzarlo? Infine: cercava nei trans la femminilità. Che idea ha della femminilità un esponente della sinistra? Lo dice subito dopo (e Concita incassa senza un “bah”): quella dei trans «è una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante».

Se fossi nelle ex compagne (tutte, visto che dice di aver amato con “frequente reciprocità”... boh?) del signor Piero mi indignerei soprattutto per questo. Se era stanco, se voleva essere “accolto”, perché non è andato prima in convento? Avere una donna che lavorava, una famiglia che lo impegnava e che, ebbene sì, lo stancava (come stancava sua moglie, che aveva pure lui come carico) era troppo per lui? E perché ha fatto figli? Perché si è sposato? Perché anziché una compagna ha preteso di trovare una mamma e, evidentemente, non trovandola, si è rifugiato tra le braccia a pagamento dei trans. Questo è il solito equivoco: gli uomini sono così stupidi da credere che chi si prostituisce (di qualsiasi sesso sia) sia tenero per natura e non per contratto. Che inganno assurdo. Assurdo anche perché ritarda e nega ciò che la modernità dovrebbe aver reso evidente: la coppia e la famiglia sono un impegno serio, da dividere equamente, nel rispetto reciproco. Il compagno o la compagna non sono poltrone, materassi, pungiball né biberon. Sono persone. E chi non è in grado di affrontare, neanche in famiglia, un rapporto tra persone, come può credere di essere in grado di ricoprire un ruolo di responsabilità pubblica così alto? Da quell’intervista (che, sono pronta a giurare, è molto piaciuta alla Chiesa) viene fuori un uomo che offende le donne e la democrazia. Spero che dalla sua parte politica si levi qualche voce per prendere le distanze. Ps: trovo molto divertente comunque che il buon Piero trovi i trans più riposanti delle prostitute donne... fosse che sono le donne in sé, tutte le donne, a fargli paura? Be’ ha ragione: non abbiamo nessuna stima di uomini così.

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