Cercando il Museo ebraico statale di Vilnius, la settimana scorsa, mi sono imbattuta in un memoriale, costituito da barricate ricostruite, che ricorda l’ultimo assalto di carri armati sovietici contro un popolo: il 13 gennaio 1991, 14 lituani morirono per difendere il loro Parlamento dall’assalto russo. Poiché quest’anno si compiono 20 anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, mi sono seduta tra i muri spezzati del monumento, pieni di graffiti e avvolti nel filo spinato, per riflettere su come la memoria storica svanisca in fretta. Anche le foto dei patrioti uccisi, comprese alcune guardie di frontiera, non sembrano vecchie di 20 anni, ma antiche. E questa è la prima causa del ripetersi delle tragedie. I lituani hanno una storia complessa: sballottati tra cavalieri teutonici, polacchi e russi, fanno un po’ fatica a riconoscere che la loro è una cultura “mista”.
Certo, hanno difeso con le unghie e con i denti la loro bella lingua, pur cambiando cittadinanza e casacche, ma adesso vorrebbero dimenticare che anche gli occupanti, nel bene o nel male, appartengono alla storia e alla cultura della loro Terra. E che forse, in un’Europa allargata e in un mondo così strettamente connesso, il nazionalismo rischia di essere non soltanto un rigurgito del passato. Ma anche un pericolo. Mi spiego: se la gente non pensasse continuamente in termini “Io/altro” e non facesse coincidere l’altro con il pericolo, forse perfino le tragedie come quelle di Oslo si potrebbero evitare. Anders Behring Breivik, che ha sterminato i ragazzi del raduno laburista norvegese, sarà pure un pazzo ma si ispirava ad autori e teorie che pazzi non vengono affatto giudicati. Magari solo un po’ estremisti. Colpisce poi che, nella “civilissima” Europa i rigurgiti di Inquisizione e di intolleranza religiosa si diffondano. Forse chi davvero si ispira al Vangelo e al suo messaggio di pace dovrebbe, in questi casi, alzare un po’ più la voce, anziché riservarla alla condanna delle leggi per una morte dignitosa e per l’aborto legale. Ma il punto non è né la religione, né la politica, quanto questa sottintesa certezza: se io e te non siamo uguali non soltanto non possiamo convivere pacificamente (il che non vuol dire condividere idee e pasti). Ma è anche meglio che restiamo a distanza, separati da confini e fili spinati. E se quanche questo non è possibile, forse è il caso che tentiamo di eliminarci l’un l’altro. I lituani hanno, con la complicità dei nazisti, sterminato quasi tutti i loro ebrei durante la seconda guerra mondiale (oltre il 90% dei 240mila che vivevano nel Paese). Oggi hanno un museo che denuncia il “genocidio” compiuto dai russi ai loro danni ( www.genocid.lt/muziejus/). Sulle loro terre, per secoli, gli eserciti dei più vari Paesi (compreso quello di Napoleone) sono passati seminando distruzione e morte.
Mi piacerebbe che fosse proprio da questi Paesi, entrati da poco nell’Europa, che partisse un vero, indiscutibile proclama per la fine del nazionalismo e dell’intolleranza. Le differenze sono interessanti (le tradizioni non sempre: spesso sono a danno di qualcuno, a cominciare dalle donne). Ma è molto più importante far passare il messaggio che non c’è diversità che giustifichi la violenza e la sopraffazione. A Vilnius ho assistito a una magnifica cerimonia ortodossa. Nonostante lo sfarzo e la bellezza dei canti, mi ha colpito però il senso di prepotenza che emana dal clero russo-ortodosso, l’umiliazione costante a cui è invitato il credente. Poi, dietro a una tenda perché donna, mi è stato permesso seguire la preghiera in sinagoga. L’ho trovato umiliante. Non sono religiosa, ma mi piacerebbe capire: non è dunque arrivato il tempo di un umanesimo profondo, al quale collaborino anche le diverse fedi religiose? Non è arrivato il caso di dire chiaramente che non esistono popoli o persone “pure” da difendere, ma solo persone? Le frontiere fra le terre sono a volte naturali. Quelli tra esseri umani non lo sono mai.