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Le facce toste e l’indifferenza

Cereda non si dimette. Il sindaco di Buccinasco, Loris Cereda, arrestato martedì 22 marzo per un presunto giro di tangenti, ha detto al giudice Gaetano Brusa durante l’interrogatorio di garanzia: le auto di lusso su cui viaggiava erano in prestito; i 5mila euro non erano una mazzetta ma una provvisione; e soprattutto: «sono convinto di essere stato un buon sindaco, di essere un buon sindaco e di poter essere un buon sindaco per Buccinasco anche in futuro». Ha fatto poesia. Ma in sostanza, non si dimette. Che cosa ci vorrà adesso, di che cosa dovranno mai essere accusati gli amministratori pubblici o i nostri rappresentanti politici perché si facciano da parte? Ha appena giurato un ministro, Saverio Romano, sul quale pendono due indagini (per ora non archiviate): una per concorso esterno in associazione mafiosa, sorta dalle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella. Archiviata una prima volta nel 2005, è stata riaperta dalla Procura per il sorgere di nuovi elementi. E una per corruzione aggravata, per avere agevolato Cosa Nostra: ad accusarlo è Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in rapporti con il boss Provenzano) che dice di avergli pagato tangenti per 50mila euro. Silvio Berlusconi ha liquidato la questione dicendo: «tutti i casi sono chiusi. Su Romano non c’è nulla». Visto il pulpito da cui viene la predica, c’è da credere che per il Premier ne sia convinto. Noi no. E non perché crediamo che Romano sia colpevole. Anzi, come cittadini onesti e nell’illusione che l’Italia non sia un Paese del tutto marcio, speriamo vivissimamente che le accuse si rivelino infondate. Ma finché si hanno sul capo ombre simili non si accetta di fare il ministro. Non lo si fa per dignità, per rispetto delle istituzioni, per servizio al Paese che, oggi più che mai, con l’occupazione da parte delle mafie anche delle regioni settentrionali, deve battersi contro la Piovra. Però siamo anche convinti che non basta più affidarsi alla coscienza delle persone che dovrebbero dimettersi. Non lo fanno: la sete di potere (che altro, se no?), il desiderio di restare alla ribalta, sono troppo forti. Il caso più clamoroso, o almeno quello che mi ha colpito di più in questi giorni, è quello della coppia presidenziale guatemalteca: Sandra Torres, la moglie del presidente in carica Álvaro Colom, ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali di settembre. La legge (l’articolo 186 della Costituzione, in vigore dal 1986) glielo impedirebbe. Risultato? Il 9 marzo Sandra ha presentato la sua candidatura e l’11 ha deposto in tribunale, con il marito, la domanda di divorzio. I due sono sposati dal 2003, ma l’opposizione denuncia che non si tratta affatto di una crisi del (quasi) settimo anno. Per carità, si può sempre litigare all’improvviso. Ma questa storia puzza di bruciato.

Che fare allora? Non con Sandra e Álvaro, ovvio. Ma per resuscitare la vergogna. Be’, è quasi ovvio: non rimanere indifferenti. Non lo dico io. Ma un libretto su cui riflettere, edito da Chiarelettere, che si intitola Odio gli indifferenti ed è firmato da Antonio Gramsci. La parola “odio” non mi piace mai. E in genere non porta da nessuna parte. Né credo, come sostiene Gramsci, che bisogna sempre “parteggiare”. E poi per chi, in questo momento? Gramsci sbaglia riducendo la partecipazione alla partigianeria. Ma ha del tutto ragione quando scrive: «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». E, aggiungerei, fa danni. Quindi occorre restare presenti. E chiedere regole che impediscano a persone sotto inchiesta di ricoprire ruoli cruciali. Si tratta solo di buon senso. Anche di senso del pudore.

Ultima modifica il Venerdì, 09 Dicembre 2011 14:41

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