E perché ancora di più mi piacciono le garibaldine. Per spiegarmi, stavolta vi manderei a teatro. A vedere un delizioso e intenso spettacolo in programma fino al 13 marzo al Teatro del Buratto di Milano. E spero presto in tournée altrove. Si intitola Le camicie di Garibaldi e porta in scena quattro donne alla vigilia dell’incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e il futuro primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II. I personaggi, a metà tra realtà e invenzione, ricostruiscono “dalla parte delle donne” e dei garibaldini (con alcuni limiti che vedremo) la spedizione dei Mille. Fino alla delusione finale: a Teano, Garibaldi fu liquidato. L’Italia nasceva, ma non era solo monarchica, anziché repubblicana come molti avevano sperato: nasceva tradendo subito gli ideali di libertà e giustizia sociale che avevano animato i Mille. Eppure il discorso finale di Garibaldi è fondamentale: guai a chi, deluso, rema contro. Guai a chi tradisce i morti e chi si è battuto lealmente per un’Italia unita, libera e civile. Guai a chi non c’era e fa il Catone, senza impegnarsi affinché le cose migliorino.
Ora, se è vero, che oggi basta nulla per far apparire l’attuale classe politica un’accozzaglia di personaggi ignoranti e in malafede (difficile scegliere: non passerebbero un esame di storia né passerebbero quello di una macchina della verità, soprattutto gli stipendiati da un padrone extra-parlamentare), è anche vero che Garibaldi aveva ragione nel sottolineare l’inutilità, peggio la disonestà del tirare i remi in barca. Nelle sue Memorie, il Generale (che è stato davvero una delle persone migliori che l’Italia abbia mai avuto e non serve pensare a un Borghezio per rendersene conto), scriveva: «Il pessimo sistema con cui si governa questo paese è che il denaro pubblico serve a corrompere quella parte della nazione che dovrebbe essere incorruttibile, cioè gli uomini del parlamento, i militari e i vari funzionari pubblici, tutta gente che, sfortunatamente, con poca fatica si inginocchia ai piedi del Dio Ventre». Ovvero era lucido. Ma continuò a battersi sino alla fine. Nella prefazione alle stesse Memorie (3 luglio 1872) annotava: «Vita tempestosa, composta di bene e di male, come credo della maggior parte delle genti. Coscienza d’aver cercato il bene sempre, per me e per i miei simili. E se ho fatto il male qualche volta, certo lo feci involontariamente. Odiatore della tirannide e della menzogna, col profondo convincimento esser con esse l’origine principale dei mali e della corruzione del genere umano. Repubblicano quindi, essendo questo il sistema della gente onesta, sistema normale voluto dai più, e per conseguenza non imposto colla violenza e coll’impostura. Tollerante e non esclusivista, non capace d’imporre per forza il mio repubblicanismo...». Certo, anche lui era deluso: «Sarò accusato di pessimismo; ma mi perdoni chi ha la pazienza di leggermi: oggi entro ne’ miei 65 anni, ed avendo creduto per la maggior parte della mia vita ad un miglioramento umano, sono amareggiato nel veder tanti malanni e tanta corruzione in questo sedicente secolo civile...». Però non smise di battersi: lo fece dal Parlamento. Ed è questo che ragionevolmente dovremmo chiedersi agli onesti che sicuramente ancora alloggiano tra i quei banchi.
Mi riferivo all’inizio alle garibaldine. Ne Le camicie di Garibaldi, una delle protagoniste è realmente esistita: Antonietta De Pace. Peccato che una donna così colta, coraggiosa, importante (scampò a una condanna a morte, fu imprigionata dai Borbonici, fu tra le uniche due donne a entrare con Garibaldi a Napoli che le affidò subito l’Ospedale del Gesù, etc.) finisca con l’apparire in scena una camiciaia un po’ rozza. Anche se è vero, e di questo ci si dimentica, che accanto a straordinarie intellettuali, Garibaldi ebbe dalla sua parte coraggiosissime donne del popolo. E va ricordato che, benché Anita abbia combattuto al suo fianco fino all’ultimo, con i Mille (1.088 ufficialmente, ma forse erano di più), da Quarto, partì una donna sola, Rosalia Montmasson, moglie poi ripudiata di Francesco Crispi. A parte rare eccezioni, come Beppa a’ Cannunera, le altre che tentarono di unirsi in armi alla spedizione, furono rimandate indietro dal generale. Che pure, per trovare finanziamenti, si appoggiò sempre alle donne. Contraddizioni di un’epoca che ancora non sapeva bene come affrontare, per la metà femminile della popolazione, un desiderio, che per quanto soffocato, come dimostrano i moti in Nord Africa e Medio Oriente, per quanto frainteso, tradito e malsfruttato, riemerge puntuale e ineliminabile: quello della libertà. Almeno in questo, nella libertà delle donne, i passi avanti sono stati enormi in questi 150 anni. E chi lo nega, non ha studiato la storia.