Sull’ultimo numero della rivista Bravacasa ho trovato una pubblicità orripilante: c’è una suorina inginocchiata per terra a piedi nudi e sotto la scritta «Grazie a Dio è Italiano» (pure con la “I” maiuscola). Il riferimento, si immagina, è al parquet. Il che rende lo slogan ancora più incomprensibile: per quale motivo bisognerebbe ringraziare Dio che una qualsiasi cosa o persona siano italiani? E il parquet, poi? Pur essendo innegabile che Dio viene tirato in ballo per le questioni più singolari, dallo sconfiggere i nemici in battaglia al far fuori i vicini di casa molesti (e questo è uno dei motivi per cui, per il suo stesso equilibrio e la sua stessa serenità, sarebbe meglio che non esistesse), il parquet razzista è davvero troppo. Non è un caso isolato. Le associazioni femministe, sempre più fissate (per motivi per me incomprensibili) sulla “castità” delle immagini femminili, hanno purtroppo trascurato quanto siano vecchie e odiose le pubblicità che rinnovano i soliti stereotipi: donne in cucina o tra bambini sempre troppo sporchi e uomini affaccendati in ben altre attività. L’interessante Libro nero della pubblicità di Adriano Zanacchi (Iacobelli) dedica alla “donna pubblicitaria” diverse pagine, dalla 177 alla 191, e il quadro che ne viene fuori è piuttosto sconfortante. E questo in barba alle norme e alle raccomandazioni dell’Unione europea. Detto fra noi, appare singolare che il Parlamento europeo debba occuparsi pure degli spot maschilisti o razzisti che vendono detersivi e colle per cocci. Personalmente credo che la colpa di pubblicità così stupide sia proprio nella mancanza di idee e nell’inerzia dei pubblicitari, dei committenti, dei terrificanti e inutili Media Center: sono certa, conoscendo diversi addetti, che dopo aver schiaffato in pagina una casalinga che, a gambe aperte, invita l’idraulico a “montarla” (la cappa, ovvio) gratis, se ne tornino a casa, facciano la spesa, cucinino e aspettino che la compagna, ben più in carriera di loro, torni a casa ed elargisca commenti severi sulla qualità del risotto. Trovo più triste che molti creatori di questi alati spot siano donne, ma tant’è: sempre meglio che far le corriere della droga... Detto questo il maschilismo e il razzismo ce li portiamo (uomini e donne) ahimè sotto pelle. Il 1° febbraio a Milano ho assistito alla prima del nuovo spettacolo di Moni Ovadia, Shylock. Noia a parte, quello che mi ha più colpito è la rappresentazione volgare e misogina delle donne. Come a dire: l’antisemitismo è un abominio (è ovviamente lo è), ma le donne sono un’altra cosa. La scena in cui Ovadia dà della cretina alla cantante, inspiegabilmente vestita come Edwige Fenech nei suoi peggiori ruoli da infermiera sexy, è imbarazzante. Per non parlare di quella in cui un’altra povera cantante-attrice è costretta a strusciarsi contro il rinsecchito Ovadia (a una certa età le diete andrebbero fatte con una certa prudenza) che la respinge dicendo: «Non sono mica il presidente del Consiglio!». Non fa ridere. Ed è solo avvilente per la poveraccia in scena.