Meddle Tv - rompi la scatola

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Valeria Palumbo, attuale caporedattore de l’Europeo, non collabora più con noi. La lunga discussione che è stata scatenata dall’editoriale che proponiamo di seguito è difatti sfociata in alcune divergenze profonde.

Da parte nostra ci teniamo a sottolineare che MeddleTv nasce con un intento ideologico ben chiaro e definito e per questo ha, negli anni, speso tante energie nel voler costruire un substrato culturale e informativo che possa diventare fondamenta per tutti noi che non crediamo alle emergenze, ai metodi tampone e alle giravolte “tecniche”. Non possiamo, per questi motivi, consigliare, all’interno di un editoriale, a tutti coloro che hanno delle ambizioni, di rifugiarsi dietro uno sportello bancario. Non possiamo poi, per gli stessi motivi, pubblicizzare una fiera come Job&Orienta che larga collaborazione ha intrapreso con Alphatest e Hoeplitest, ideatori e produttori di libri guida per i test universitari, a nostro parere complici nella considerazione puramente merceologica delle conoscenze in antitesi con i nostri obiettivi divulgativi. Il punto di vista di Valeria Palumbo lo lasciamo all’editoriale in questione che lei ha difeso a spada tratta fino all’ultimo e che noi proponiamo in forma integrale e senza alcuna correzione anche lì dove crediamo esserci alcune imprecisioni.

La redazione di MeddleTv

 

Quale lavoro

di Valeria Palumbo

Parliamo di lavoro. Parliamo di lavoro, se mi permettete, perché questa è la priorità per i ragazzi. Ma è anche fonte di alcuni equivoci. Io lavoro in un giornale. Ogni giorno va peggio. Ogni sei mesi, circa, siamo meno in redazione, le vendite sono crollate (per tutti), la pubblicità si è dileguata. Cerchiamo di sopravvivere ma è una scommessa persa. Motivo? Senza lettori i giornali non esistono, inutile girarci intorno: la pubblicità è stata un’abile trovata degli anni Ottanta quando i lettori erano di più, ma non abbastanza e le aziende credevano davvero che comprare a caro prezzo pagine e pagine di réclames con fanciulle svestite facessero vendere quintali di maionese e auto in più (non entro nel merito se allora fosse vero). Questo ha permesso ai giornali di prosperare per qualche anno ma era evidente che si trattasse di un bluff. Ripeto: i giornali si fanno per informare i lettori (su tutto, per carità: dai matrimoni dei tronisti agli ultimi ritrovati nel campo della pesca a mosca), non per consegnare i pochi che hai ai tuoi sponsor. Venuta la crisi, crollato il bluff: gli italiano non leggevano prima e non leggono ora... almeno su carta. La carta è dunque in “promettente agonia”.

E allora? E allora sono molto solidale con i ragazzi che cercano un posto e mi infurio su quelli che vogliono fare i giornalisti o i fotoreporter. Peggio: con quelli che pretendono di fare i Terzani e le Oriane Fallaci del XXImo secolo. Giustamente un collega dice sempre: la nostra professione è come la luce delle stelle; noi, guardandola, pensiamo che esistano ancora e invece quelle sono scomparse milioni di anni fa.

E dunque: sono certa che la classe dirigente italiana abbia rubato il futuro ai giovani svendendo il Paese a se stessa e a pochi affaristi, devastando il territorio (ma questo con un’ampia ed entusiastica partecipazione popolare), assicurando un welfare folle (anche questo con un’ampia partecipazione popolare: mai visto un baby pensionato protestare o una vecchietta rifiutarsi di fare l’ennesimo esame inutile a carico del sistema nazionale sanitario) e appoggiando una serie di mafie che hanno drenato risorse e bloccato lo sviluppo (ma dov’eravano i giovani calabresi fino a qualche anno fa? Perché non si opponevano?).

Ma da qui a pretendere che si possa, nella vita, essere retribuiti per ciò che ci piace e nel modo in cui ci piace ce ne passa. Sento protestare giovanotti che non vendono i loro servizi fotografici (gli ennesimi) su Sarajevo e mai nessuno di loro che si sia chiesto quanto si siano divertiti i loro padri a lavorare in fabbrica per permettere loro di starsene a 30 anni a casa a cercarsi un futuro.

In sintesi. Trovo giusta la rabbia di chi poi ha il coraggio di ribellarsi (vedi Peppino Impastato non i tiratori di estintori alle manifestazioni). Trovo giusta la rabbia di chi studia per il proprio tempo (per esempio come mai se c’è tutta questa voglia di occuparsi degli “ultimi” nessuno più vuol fare l’infermiere? Faticoso? Sporco?) e poi non trova impiego. Trovo giusta la rabbia di chi sa che in gran parte del mondo si lavora per vivere e non per soddisfare ambizioni letterarie e che queste ambizioni letterarie e umanitarie (anche solo per coerenza), si possono soddisfare dopo il lavoro, a proprie spese. Non sarebbe paradossale guadagnare, che so, sulle attività in difesa dei diritti delle donne e contro la guerra?

In ultimo, un’indicazione della nonna: informatevi. Leggo ora che alla Fiera di Verona, il 25 e 26 novembre c’è la 21a edizione di JOB&Orienta. I dati parrebbero certi: «laurea e diploma restano la migliore assicurazione sul futuro, a patto che i ragazzi facciano la scelta giusta, consapevoli di quello che chiede il mercato del lavoro». Al solito servono ingegneri e non letterati. Le prime tre professioni di sbocco per i laureati italiani sono quelle di infermiere (4.700 unità), educatore professionale (circa 2.500), sportellista bancario (oltre 2mila). Le imprese lamentano come introvabili i laureati in economia bancaria, finanziaria e assicurativa da impiegare come addetti allo sviluppo clienti nei servizi finanziari (740 su 890 le assunzioni difficili). Lo stesso per gli ingegneri delle telecomunicazioni che svolgano la professione di consulente di prodotti informatici (530 su 870 le assunzioni difficili) e per gli ingegneri civili da assumere come addetti alla logistica (280 su 480 le assunzioni difficili). Brutti mestieri? Anch’io volevo essere Oriana Falaci e passo gran parte del tempo a correggere testi mal scritti e fare didascalie.

 

 

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Vorrei parlarvi di vergogna. Ma è troppo facile parlare di vergogna pensando alla moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, che percepisce (come tanti altri) una pensione da quando ha 39 anni e la cui scuola privata è lautamente finanziata dai soldi pubblici, ma che continua a inveire contro Roma ladrona, quando è ormai evidente che la “sua” rutilante Padania abbia dato l’assalto alla diligenza. Ed è ancora più facile parlare di vergogna accennado all’ignobile rissa in Parlamento tra Claudio Barbato (Fli) e Fabio Rainieri (Lega), in cui entrambi facevano da paladini (o leccapiedi?) di chi non andrebbe difeso.

Così vi parlerò di vergogna segnalandovi due libri. Fra l’altro, alla presentazione di uno dei due romanzi, Happy Italy (Perrone editore), Ilaria Rossetti, l’autrice, ha giustamente detto, quando le è stato chiesto perché i giovani italiani siano così poco indignati (in più i pochi che si indignano vengono sopraffatti sui media da qualche centinaio di idioti armati di pietre e bastoni, manco fossero un branco di Australopithecus): «Perché non si informano». Vero. Informarsi è il primo passo.

Per esempio, Ilaria nel suo rapido romanzo ha affrontato il tema di Bancopoli e la scorretta scalata di Giampiero Fiorani all’Antonveneta, con tutti i guai che ne sono derivati. Alzi la mano chi si ricorda di questo scandalo. Dobbiamo seguire troppi scandali? Può essere. Ma alzi la mano allora chi sta seguendo, oggi, la vergognosa vicenda del Credito Cooperativo Fiorentino e del suo presidente, Denis Verdini, che avrebbe aperto, secondo il Nucleo di investigazione finanziaria, ben 60 crediti a suo favore erogati dalla sua banca. Accuse da provare? Certo. Ma c’è già abbastanza per indignarsi. E invece... Probabile che a indignarsi ogni giorno ci si faccia il sangue amaro. Ma ahimé va fatto. E non tirando poi pietre (perché della violenza sì che bisogna poi vergognarsi). Ma impedendo a questi signori di nuocere ancora. Poiché non corrono di loro spontanea volontà a nascondersi dalla vergogna, va impedito loro di ricoprire incarichi importanti. I modi pacifici, civili e democratici sono innumerevoli. A volte basterebbe circondare Montecitorio con un cordone di clown per bloccare certi provvedimenti insensati (per esempio i condoni: scommettiamo che ne varano altri?). In genere basterebbe usare la testa quando si vota (una volta rirpristinate la preferenze). Perché poi a pagare le allegre trovate di questi signori, Fiorani in testa, sono i piccoli risparmiatori. Che magari hanno risparmiato non pagando le tasse, che magari hanno davvero creduto che le monete d’oro crescessero sugli alberi, che magari hanno votato sempre in modo distratto... ma che alla fine devono mettere insieme il pranzo con la cena. E vederli piangere, o addirittura suicidarsi, fa male. Ilaria Rossetti mi raccontava del suo stupore nell’osservare migliaia di ragazzi che accorrevano per sbirciare Fabrizio Corona in discoteca, all’epoca dei processi per estorsione. Non capivano nulla, non si informavano, non volevano capire: inutile girarci intorno. Però non possiamo voltare la testa. Non solo perché certe forse di stupidità collettiva sono contagiose. Ma perché poi pesano sia nell’urna, sia sulla mancanza di vergogna di chi si sente ormai autorizzato a qualsiasi porcheria. Le bugie del premier si potevano fermare ben prima della “nipote di Mubarak”: bastava sommergerlo subito di fischi.

Prevenire aiuterebbe anche a limitare i danni, spesso catastrofici. E da qui il suggerimento del secondo libro: il bellissimo Tu non sei come le altre madri, di Angelika Schrobsdorff (edizioni e/o). In sostanza è la storia di un’incoscienza: quella di una ricca e colta donna ebrea che, incurante di quello che sta accadendo in Germania, viene trascinata nel baratro con i suoi figli. Le “distrazioni” si pagano care. E poiché appunto è ben difficile che tiranni, truffatori e malandrini si vergognino delle loro azioni e tornino sui loro passi, sarà bene da oggi in poi informarsi tutti un po’ di più, distrarsi meno. Indignarsi in modo più concreto.

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Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa della Novaja Gazeta fu assassinata nell’ascensore del suo palazzo con tre colpi di pistola al petto e uno alla testa. I suoi articoli, soprattutto quelli sul conflitto in Cecenia, davano fastidio a molti, a cominciare dall’attuale premier (e allora presidente) russo Vladimir Putin. Nel febbraio 2009, dopo 12 ore di camera di consiglio, i quattro imputati, Dzhabrail e Ibrahim Makhmudov, Pavel Ryaguzov e Sergei Khadzhikurbanov, furono assolti per mancanza di prove. Nel maggio 2011 è stato arrestato in Cecenia il terzo fratello Machmudov, Rustam, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio. A fine agosto è finito dietro le sbarre anche Dmitrij Pavlyučenkov, ex poliziotto moscovita a cui si imputa di aver coordinato l’esecuzione. I mandanti, quelli veri, resteranno molto probabilmente nell’ombra anche se si arriverà alla condanna dei “sergenti”. La Russia di oggi è uno Stato di polizia. Lo dico perché, nell’abuso colpevole che il nostro Premier fa delle parole (sarebbe bello che a Natale gli regalassimo tutti un dizionarietto d’italiano: 60 milioni di dizionarietti ammassati davanti Palazzo Grazioli), è venuta pure fuori l’espressione che il nostro è uno Stato di polizia. Perché? Perché uno non può fare quello che vuole, nemmeno concedere appalti in cambio di notti di sesso mercenario. Che vergogna. Per quel che mi riguarda trovo anche una vergogna che la Chiesa, le rare volte in cui si sveglia, urla al peccato “carnale” e dimentica che i comandamenti “Non rubare” e “Non commettere falsa testimonianza” esistono davvero, mentre “Non commettere atti impuri” non esiste. La Bibbia vieta l’adulterio ... e il desiderio della donna di “proprietà” altrui, dello schiavo, della schiava, del bue, dell’asino, e più in generale di qualsiasi cosa che appartenga al tuo prossimo... e in effetti ci chiedevamo che disposizioni c’erano sulle ville del premier e i suoi cactus.

Non rubare è più importante. E non uccidere, evidentemente, ancora di più. Curiosamente negli Stati di polizia il potere (quello dei premier e dei presidenti) tende a passare da un eccesso all’altro. E quindi sarebbe bene difenderci con la memoria. Per esempio ricordando che cosa è stata la Russia di questi anni (non credo che Putin farà la fine di Gheddafi, costretto a fuggire nel deserto come Wile E. Coyote, ma in comune hanno almeno la sconfinata amicizia del nostro premier). Si può fare in molti modi. Uno è andare a teatro (i testi sulla Russia, sulla Cecenia, etc. sono diversi). In particolare vi suggerirei (se potesse andare in tournée) EL’SA K, scritto da Andrea Riscassi, per la regia di Alessia Gennari, con Fabio Paroni, Sara Urban e Paola Vincenzi, e musiche di Federico Gon. È in scena il 6, 7, 8 ottobre, alle 21, al piccolo Teatro del Borgo, in via Formentini 10, Milano. Lo spettacolo narra la vicenda di El’sa Kungaeva, giovane cecena stuprata e uccisa dopo essere stata rapita da una pattuglia di soldati russi guidati dal colonnello Jurij Budanov. Di El’sa Kungaeva, del suo omicidio e della violenza consumatasi sul suo corpo si era a lungo occupata Anna Politkovskaja (per info e prenotazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ). Jurij Budanov è stato ucciso per strada a Mosca, il 10 giugno 2011. Nel 2003 era stato sottoposto a processo per il suo delitto: le udienze erano durate due anni e tre mesi, un buon modello per chi adesso, pur di salvare il premier, intende condannare ancor più la nostra giustizia all’agonia con il cosiddetto “processo lungo”, codina della “prescrizione breve” che rischiava di cancellare perfino il processo a Torino contro l’Eternit (2.200 morti per l’amianto). Budanov fu condannato alla fine a dieci anni (anche il giudice che l’aveva arrestato ebbe la stessa pena: per corruzione).

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Così come l’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, elogiando in un’intervista alla Repubblica la passività (pagata) delle prostitute trans rispetto alla “stressante” vitalità (normale) delle mogli e delle compagne, non ha fatto che peggiorare la sua già pessima immagine, il buon Massimo D’Alema è riuscito a far di peggio con i gay. Rispondendo a una domanda sui matrimoni gay di Diego Bianchi a un incontro a Ostia, l’illuminato democratico ha risposto: «Il matrimonio è tra l’uomo e la donna, questo dice la Costituzione». Non contento, di fronte alle giuste reazioni (spero non soltanto degli omosessuali) di protesta D’Alema ha cercato di chiarire: «Non ho mai detto che la Costituzione impedisce il matrimonio omosessuale. Ho detto che siamo in un Paese con una storia e una tradizione», nel quale la lotta per i diritti deve fare i conti «con un ragionevole compromesso» tra «l’allargamento dei diritti per persone che convivono» e «la sensibilità di un mondo cattolico che si sente urtato». Se avesse parlato così Quintino Sella (che non l’avrebbe mai fatto perché era un conservatore, ma un fiero anticlericale: cosa possibilissima, con buona pace dei nostri catto-tutto), poco male. Invece ha parlato così un progressista. In teoria. Certo che l’Italia ha una storia. Per quel che mi risulta tutto il mondo ha una storia e quasi tutti hanno tradizioni. Se il principio da salvare è il rispetto di questa storia e di queste tradizioni, in Italia le donne non avrebbero il voto, non ci sarebbe il divorzio (quello offende parecchio la Chiesa, pare), le bambine non farebbero sport e la pubblicità dei preservativi anti-Aids sarebbe vietata (be’ quella di fatto è vietata...). Ma a pensarci bene, se avessimo voluto proteggere la sensibilità del “mondo cattolico” (a quale mondo cattolico si riferisce D’Alema? Ai cattolici scambisti, evasori o semplicemente ai cattolici non bigotti, oppure alla Chiesa?) affideremo ancora le “streghe” ai roghi dell’Inquisizione, costringeremo le donne non sposate al convento, metteremo all’indice gli eretici e lanceremo crociate a ogni piè sospinto, invocando la distruzione degli infedeli (a dir la verità, qualcuno continua a farlo).

Il buon D’Alema, pessimo progressista, ha dimenticato che i suoi presunti antenati, i liberali e i socialisti dell’Ottocento e del Novecento si sono dovuti battere contro tutte le storie e tutte le tradizioni perché il magro bagaglio di diritti che gli Stati e la Chiesa riconoscevano agli esseri umani fosse allargato. Si sono battuti affinché non esistessero “paria” nelle nostre società e perché ognuno fosse libero di essere se stesso finché non avesse leso la libertà del prossimo. Non dico che D’Alema dovesse ricordare il Sessantotto (pare che all’epoca fosse impegnato in altre attività, compreso il lancio di una molotov). Ma almeno lo spirito, rivoluzionario per l’epoca, della nostra Costituzione.

ps Da laica la mia sensibilità è molto, molto offesa dalla copertura che la Chiesa offre ai suoi (ahimé numerosi) preti pedofili. Capisco che anche a proposito la Chiesa vanta una lunga storia e una consolidata tradizione (non sono ingiurie: mi occupo di storia delle donne, ho parecchi documenti da offrire sulle perversioni sessuali dei religiosi nel corso dei secoli). Ma forse anche in questo caso un po’ di progresso non farebbe male.

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In un (fintallegro) articolo apparso il 20 agosto sul Corriere della Sera, Massimo Sideri scherzava sull’iPad, sostenendo che la “tecnologia è l’oppio dei maschi» e che l’iPad è un «sostantivo maschile singolare, che indica un tablet fintamente eterosessuale, forse anche un po’ misogino, che si presta alla patologica propensione al “gioco” (per usare un eufemismo) del maschio occidentale moderno». Tutto questo per dire che mentre mogli e figli se ne stanno in vacanza a giocare a racchettoni o leggere romanzi rosa, i maschi solitari, in città, passerebbero il tempo con la tavoletta elettronica. Un’idea del genere temo rispecchi poco la realtà, se non quella di un ristretto gruppo di maschi urbani ultraquarantenni di buon reddito e con mogli poco-facenti (almeno fuori casa). Benché l’Italia abbia uno dei più bassi tassi di occupazione femminile, le donne che lavorano raggiungono percentuali molto alte proprio nelle città da cui, a sentire Sideri, si dipartirebbero torme di madri e figli festanti. Ora, se è vero che perfino un figlio unico, d’estate, può creare problemi, certo è che torme di bambini, in Italia, non se ne vedono da tempo.

Non solo. Secondo indagini di Confesercenti e Confcommercio, sono stati poco più di 16 milioni gli italiani che sono andati in vacanza nell’agosto 2011, su un totale di quasi 24 milioni stimati tra giugno e settembre. Ovvero molti italiani (siamo circa 60 milioni) sono stati costretti a rinunciare o a rimandare le vacanze. In genere per soldi. E chi ha pochi soldi non si compra l’iPad.

In più la media dei giorni di vacanza è dieci: altro che mogli e figli dati in appalto ai bagnini di Rimini per due mesi (la verità è che un tempo erano in genere le signore a prendersi in appalto i bagnini. E sempre e solo le signore di una certa borghesia). C’è da dire che, se anche la moglie lavora, non sempre è facile conciliare i periodi di ferie: o se ne fanno meno o, come spesso capita per tenere il pargolo fuori dallo smog, si va a turno.

Del 60% di chi ha dichiarato, nei sondaggi, di non andare in vacanza, la grande maggioranza sostiene di dover risparmiare, mentre circa il 5% ha dichiarato di preferire le vacanze in altri periodi dell’anno.

Per quanto riguarda Internet: vi accede, pare, il 73,6% degli uomini e il 69,5% delle donne, con livelli simili nel Nord e nel Centro (circa 75%) e più bassi nell’area del Sud e delle Isole (65,7%).
Il profilo professionale sarebbe elevato (il che mal si concilia con la percentuale dei “naviganti”: non ci sono tutti questi “ricchi & sapienti” nel nostro Paese). Navigano imprenditori e liberi professionisti (97,8%), dirigenti, quadri e docenti universitari (97,4%). Seguono impiegati e insegnanti (93,8%). La diffusione dell’online raggiunge una copertura quasi totale tra gli studenti universitari (99% dei casi) e tra i laureati (97,3%).

Torniamo però alle donne: secondo dati pubblicati l’8 marzo 2011, per le donne senza prole, tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione italiano è del 63,9% contro il 75,8% della media Ue. Se c’è solo un figlio, la media Ue di occupazione è del 71, 3%; in Francia si sale al 78%, in Gran Bretagna al 75%; l’Italia scende al 59%, seguita da Malta col 45,7%.

La popolazione di Milano è per il 52,6% costituita da donne: il 13% sono immigrate. Le milanesi sono più numerose e più longeve dei maschi (84,5 anni contro i 78 degli uomini). E chi come me (donna) ha girato per le strade di Milano in agosto (perché lavorava) è balzato subito all’occhio il numero incredibile di anziane sole. La provincia intera ha un tasso di occupazione femminile del 61% (ma i dati sono ballerini). Nel capoluogo sale: il tasso di occupazione femminile registrato nel 2008 è pari al 65,1%, inferiore di quasi 13 punti percentuali rispetto al tasso di occupazione maschile (77,9%). Tra le 620.982 persone che costituivano la forza di lavoro milanese nel 2008, 333.173 erano uomini (pari al 53,7%) e 287.809 donne (47,3%). Il 15,5% delle donne milanesi possiede una laurea, contro una media nazionale del 7,4%, e il 46%, nel 2008, ha ottenuto un voto di laurea tra il 106 e il 110 e lode (la percentuale di maschi laureati dai 25 ai 64 anni in Italia è la metà della media europea: 11,6% contro il 23,2%).

Credo di aver esagerato con le cifre. Ma ne manca una. Quanti iPad sono stati venduti finora in Italia? Saperlo è una vera caccia al tesoro. Parrebbe che, nel secondo trimestre 2011, siano stati venduti 190mila tablets in tutto (iPad compresi, che però la fanno da padroni), mentre i netbooks hanno perso la metà del loro mercato. Sono comunque tanti, intendiamoci.

Ma mai quanto i milioni di uomini e donne che d’estate, in Italia, non giocano. O giocano troppo poco. Perché hanno cose più serie a cui pensa

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In genere trovo del tutto condivisibili gli editoriali di Massimo Gramellini sul quotidiano La Stampa. E così mi ha trovato quasi del tutto d’accordo anche quello di sabato 13 agosto, Il lamento del Medio Alto, nel quale spiegava perché un contribuente onesto di reddito medio-alto ha tutte le ragioni per essere furibondo con la manovra del governo contro il debito pubblico. Contestando, giustamente, che la stretta servirà davvero a ripianare il debito e pagare i servizi pubblici, Gramellini scrive dei suoi soldi: «So già che verranno gettati fra le fauci del Carrozzone Pubblico, che se li divorerà in un sol boccone per poi rivoltarsi famelico contro di me, chiedendomi altro cibo». In effetti, non c’è una sola misura che ci metta al riparo dai superstipendi dei dirigenti pubblici e dai loro sprechi, dagli appalti stile Cricca e dalle relative tangenti, dai costi-sperperi reali della politica (a cominciare dai vitalizi per finire con i voli blu). E via dicendo. Né c’è nulla che riduca gli ingiusticati e moralmente ingiustificabili privilegi fiscali concessi alla Chiesa (su questo anche il Pd colpevolmente tace). Né nulla di reale contro gli evasori, ovvero contro i veri ricchi (ma contro anche i “ricchetti” tipo il salumaio all’angolo e l’idraulico).

Tutto questo è stato detto. Ma c’è una cosa su cui non concordo: la protesta contro i “non-privilegi” concessi a chi ha figli. Si è molto indignato anche Pier Ferdinando Casini, prendendosela, in stile piuttosto fascista, con i single. In sostanza ha detto: chi ha scelto di non avere figli, meglio chi ha scelto di non avere due o tre figli, deve pagare di più. Ma perché? Avere figli oggi è una scelta. Se lo fai ti carichi di un’angoscia (quella del loro futuro) e di un costo. I figli costano, si sa. Ci si dovrebbe pensare prima. In compenso, in un Paese sfasciato come l’Italia, i figli (no, meglio, le figlie, e anche questo è risaputo e forse è il motivo per cui da noi non si pratica l’aborto selettivo) badano ai genitori da vecchi. E da vecchi i genitori costano. Molto. Se non costassero ai figli, costerebbero alla comunità. O a se stessi. Io, che non ho figli, spero di mettere da parte qualche soldo per potermi permettere, un giorno, cure adeguate e un istituto decente. Non sono molti (gli istituti decenti). E sono carissimi. Benché versi allo Stato metà del mio reddito (di più se conto le tasse indirette, quelle che i “ricchetti” non pagano perché non pagano neanche l’Iva), non ne avrò diritto. Perché?

Voglio dire, come mai in Italia è del tutto passato il principio che non si debba pagare il prezzo delle proprie scelte? Ci pensavo anche leggendo l’agghiacciante (per me) intervista a Pietro Marrazzo apparsa sulla Repubblica il 15 agosto 2011. Mi dispiace che a firmarla sia una donna. Ma sul singolare maschilismo interiorizzato di Concita De Gregorio (non a caso tra le poche donne scelte a dirigere un quotidiano, l’Unità, e da poco defenestrata) mi ero già trovata a riflettere quando, per lanciare la sua direzione, aveva scelto una pubblicità con il sedere di una ragazza in primo piano.

E dunque la De Gregorio si beve senza battere ciglia tutte le risposte maschiliste e irresponsabili di un signore che ha ingannato i suoi elettori, tradito i suoi doveri (un ruolo pubblico ci lega anche alla dignità, appunto, e alla non ricattabilità), rovinato la sua famiglia (perché voglio vedere, in un Paese così omofobo come vivranno le figlie: se fosse andato solo per prostitute, lo sappiamo, sarebbe un eroe, ma i trans...) e mentito alla moglie. E fin qui peggio per la De Gregorio. Ma peggio anche per noi. Perché le risposte di Marrazzo, che guidava, per la sinistra, una delle più importanti regioni italiani, svelano sia l’arretratezza di un “maschio” che invece dovrebbe avere idee progressiste. Sia quest’assurdo principio catto-iprocrita per cui la vergogna non è nel fare certe cose, ma nel lasciare che vengano scoperte. Mai visto uno che si pente prima di essere beccato e, con onestà, va davanti alle telecamere e dice ai suoi elettori: «Signori miei sto facendo cose che mettono a repentaglio l’affidabilità del mio lavoro e quindi me ne vado». Figurati: qui non si dimettono neanche se beccati con le mani nel sacco. E se si dimettono, riemergono dopo pochi mesi. Vi aspettavate una resurrezione così rapida dell’ex ministro Claudio Scajola, quello che aveva detto: «Se dovessi acclarare che l’abitazione in cui vivo a Roma fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, si eserciteranno le azioni necessarie per l’annullamento del contratto di compravendita»? Io sì: siamo in Italia. In ogni caso, che cosa ha detto il pio Piero, che, subito dopo essere stato beccato con trans e cocaina, è corso a rifugiarsi in convento a Montecassino? (Prima, non ci aveva pensato?). Ha detto: «Io non sono omosessuale. Non ne faccio un vanto, ma non lo sono. È così. Ho amato solo donne. Moltissimo, e con frequente reciprocità. Dai transessuali cercavo un sollievo legato alla loro femminilità. Il fatto che abbiano attributi maschili è irrilevante nel rapporto, almeno nel mio caso». La prima domanda è: che cambia? Nessuno, in teoria, gli ha mai contestato come colpa l’omosessualità, ma il consumo di sesso a pagamento e di droga. Ovvero due cose incompatibili con il suo ruolo pubblico. Pensa che la sua colpa sarebbe stata meno grave se fossero state prostitute donne? E poi la risposta è piena di trappole: dice di avere amato solo donne. A rigore questo non ha nulla a che vedere con il sesso. Ed è il sesso, non l’amore, che definisce se sei etero o gay. Dopodiché dice, indirettamente, che non ha amato questi trans: e perché? Certo si trattava di rapporti prezzolati. Ma ancora una volta non viene fuori questa singolare tendenza di questi cattolicissimi signori di scindere sesso e amore e di trovare dignitoso pagare qualcuno con cui fare sesso e poi disprezzarlo? Infine: cercava nei trans la femminilità. Che idea ha della femminilità un esponente della sinistra? Lo dice subito dopo (e Concita incassa senza un “bah”): quella dei trans «è una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante».

Se fossi nelle ex compagne (tutte, visto che dice di aver amato con “frequente reciprocità”... boh?) del signor Piero mi indignerei soprattutto per questo. Se era stanco, se voleva essere “accolto”, perché non è andato prima in convento? Avere una donna che lavorava, una famiglia che lo impegnava e che, ebbene sì, lo stancava (come stancava sua moglie, che aveva pure lui come carico) era troppo per lui? E perché ha fatto figli? Perché si è sposato? Perché anziché una compagna ha preteso di trovare una mamma e, evidentemente, non trovandola, si è rifugiato tra le braccia a pagamento dei trans. Questo è il solito equivoco: gli uomini sono così stupidi da credere che chi si prostituisce (di qualsiasi sesso sia) sia tenero per natura e non per contratto. Che inganno assurdo. Assurdo anche perché ritarda e nega ciò che la modernità dovrebbe aver reso evidente: la coppia e la famiglia sono un impegno serio, da dividere equamente, nel rispetto reciproco. Il compagno o la compagna non sono poltrone, materassi, pungiball né biberon. Sono persone. E chi non è in grado di affrontare, neanche in famiglia, un rapporto tra persone, come può credere di essere in grado di ricoprire un ruolo di responsabilità pubblica così alto? Da quell’intervista (che, sono pronta a giurare, è molto piaciuta alla Chiesa) viene fuori un uomo che offende le donne e la democrazia. Spero che dalla sua parte politica si levi qualche voce per prendere le distanze. Ps: trovo molto divertente comunque che il buon Piero trovi i trans più riposanti delle prostitute donne... fosse che sono le donne in sé, tutte le donne, a fargli paura? Be’ ha ragione: non abbiamo nessuna stima di uomini così.

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Cercando il Museo ebraico statale di Vilnius, la settimana scorsa, mi sono imbattuta in un memoriale, costituito da barricate ricostruite, che ricorda l’ultimo assalto di carri armati sovietici contro un popolo: il 13 gennaio 1991, 14 lituani morirono per difendere il loro Parlamento dall’assalto russo. Poiché quest’anno si compiono 20 anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, mi sono seduta tra i muri spezzati del monumento, pieni di graffiti e avvolti nel filo spinato, per riflettere su come la memoria storica svanisca in fretta. Anche le foto dei patrioti uccisi, comprese alcune guardie di frontiera, non sembrano vecchie di 20 anni, ma antiche. E questa è la prima causa del ripetersi delle tragedie. I lituani hanno una storia complessa: sballottati tra cavalieri teutonici, polacchi e russi, fanno un po’ fatica a riconoscere che la loro è una cultura “mista”.

Certo, hanno difeso con le unghie e con i denti la loro bella lingua, pur cambiando cittadinanza e casacche, ma adesso vorrebbero dimenticare che anche gli occupanti, nel bene o nel male, appartengono alla storia e alla cultura della loro Terra. E che forse, in un’Europa allargata e in un mondo così strettamente connesso, il nazionalismo rischia di essere non soltanto un rigurgito del passato. Ma anche un pericolo. Mi spiego: se la gente non pensasse continuamente in termini “Io/altro” e non facesse coincidere l’altro con il pericolo, forse perfino le tragedie come quelle di Oslo si potrebbero evitare. Anders Behring Breivik, che ha sterminato i ragazzi del raduno laburista norvegese, sarà pure un pazzo ma si ispirava ad autori e teorie che pazzi non vengono affatto giudicati. Magari solo un po’ estremisti. Colpisce poi che, nella “civilissima” Europa i rigurgiti di Inquisizione e di intolleranza religiosa si diffondano. Forse chi davvero si ispira al Vangelo e al suo messaggio di pace dovrebbe, in questi casi, alzare un po’ più la voce, anziché riservarla alla condanna delle leggi per una morte dignitosa e per l’aborto legale. Ma il punto non è né la religione, né la politica, quanto questa sottintesa certezza: se io e te non siamo uguali non soltanto non possiamo convivere pacificamente (il che non vuol dire condividere idee e pasti). Ma è anche meglio che restiamo a distanza, separati da confini e fili spinati. E se quanche questo non è possibile, forse è il caso che tentiamo di eliminarci l’un l’altro. I lituani hanno, con la complicità dei nazisti, sterminato quasi tutti i loro ebrei durante la seconda guerra mondiale (oltre il 90% dei 240mila che vivevano nel Paese). Oggi hanno un museo che denuncia il “genocidio” compiuto dai russi ai loro danni ( www.genocid.lt/muziejus/). Sulle loro terre, per secoli, gli eserciti dei più vari Paesi (compreso quello di Napoleone) sono passati seminando distruzione e morte.

Mi piacerebbe che fosse proprio da questi Paesi, entrati da poco nell’Europa, che partisse un vero, indiscutibile proclama per la fine del nazionalismo e dell’intolleranza. Le differenze sono interessanti (le tradizioni non sempre: spesso sono a danno di qualcuno, a cominciare dalle donne). Ma è molto più importante far passare il messaggio che non c’è diversità che giustifichi la violenza e la sopraffazione. A Vilnius ho assistito a una magnifica cerimonia ortodossa. Nonostante lo sfarzo e la bellezza dei canti, mi ha colpito però il senso di prepotenza che emana dal clero russo-ortodosso, l’umiliazione costante a cui è invitato il credente. Poi, dietro a una tenda perché donna, mi è stato permesso seguire la preghiera in sinagoga. L’ho trovato umiliante. Non sono religiosa, ma mi piacerebbe capire: non è dunque arrivato il tempo di un umanesimo profondo, al quale collaborino anche le diverse fedi religiose? Non è arrivato il caso di dire chiaramente che non esistono popoli o persone “pure” da difendere, ma solo persone? Le frontiere fra le terre sono a volte naturali. Quelli tra esseri umani non lo sono mai.

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Sepolto vivo, nella più completa oscurità, in una cella lurida posta al di sotto del livello del mare. Gonfio e bianco come un cadavere. Il guardiano che lo vigilava a vista aveva l’ordine di non rispondere mai alle sue domande, fossero state le più indispensabili e pressanti. Era costretto immobile sopra un lurido giaciglio, emetteva rantoli e sollevava con le mani una grossa catena di 18 chili. Ogni tanto lanciava un grido lacerante che inorridiva i marinai dell’isola. Così è stato descritto l’anarchico Giovanni Passannante, condannato prima a morte e poi all’ergastolo per aver attentato non alla vita ma all’incolumità di re Umberto I il 17 novembre 1878 (Passannante si lanciò contro di lui con un coltellino da frutta; Umberto fu poi ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900). E così apparve all’onorevole Agostino Bertani e alla giornalista Anna Maria Mozzoni, che andarono a trovarlo nella torre-prigione di Portoferraio. La loro denuncia portò al trasferimento del prigioniero, ormai ridotto alla follia, presso il manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Lì morì il 14 febbraio 1910.

La vicenda di Giovanni Passannante, resa più straziante dal fatto che il suo cranio e il suo cervello sono stati esposti fino al 2007 al Museo criminologico di Roma, è ora diventata un film. O meglio un docu-film del regista Sergio Colabona, con Fabio Troiano, Ulderico Pesce, Andrea Satta e Alberto Gimignani.

Il film non è un capolavoro, e cercherò di spiegare perché. Ma andrebbe visto.E per due motivi.

Il primo è la storia in sé: quella di un uomo che ricevette una pena spropositata alla colpa, in un Paese in cui i ladri di polli fanno spesso una pessima fine e i ladroni in genere se la cavano. Non a caso l’indignazione del regista, e soprattutto di Ulderico Pesce, dal cui spettacolo teatrale il film deriva, è legata non solo al trattamento riservato a Passannante, alla sua famiglia e al suo paese (che dovette pure cambiare nome: da Salvia a Savoia). Ma anche ai privilegi e ai favori di cui i Savoia hanno continuato a godere, nonostante i danni inflitti all’Italia (dall’accettazione del fascismo e della guerra alle leggi razziali) e nonostante il pessimo comportamento di Vittorio Emanuele (anche a prescindere dall’assoluzione nell’inchiesta sui videopoker del 2006).

Secondo motivo: la formula del docu-film, una via di mezzo tra il film e il documentario, che in Italia non è ancora molto diffusa e che invece è un ottimo strumento per raccontare la storia. Il film, presentato al Bari International Film Festival, è nelle sale dal 24 giugno. Cercatelo con un po’ di pazienza: al solito, queste opere non girano nelle grandi sale. E girano troppo poco.

Perché però, secondo me, non è un capolavoro? Innanzi tutto perché è molto didattico. I personaggi sembrano far lezione anziché recitare o dire cose vere. Secondo, perché alcuni dettagli storici, non così secondari, sono stati dimenticati. Per esempio il ruolo svolto dalla giornalista (e madre del femminismo italiano) Anna Maria Mozzoni. Come al solito la giustizia storica si fa per gli uomini e le donne restano al palo.

Terzo perché quasi tutto il film è occupato dallo spettacolo di Pesce, che è bello ed emozionante, ma è appunto uno spettacolo di teatro e a teatro converrebbe andarlo a vedere.

Quarto perché le scenette ambientate nell’attualità presso il ministero di Grazia e giustizia, per rendere l’idea delle lungaggini burocratiche, sono davvero troppo lunghe e quindi noiose e quindi inutili.

Infine perché un film, per essere tale, più che dimostrare una tesi deve raccontare una storia e invece Colabona e Pesce appaiono più interessati a dimostrare la bontà della loro azione di riscatto di Passannante (o meglio del suo cranio) che la sua vicenda. Invece è una vicenda che avrebbe permesso di raccontare il fallimento o almeno i problemi e limiti (e le colpe) del processo di unificazione nazionale a Sud. In ogni caso il loro merito è aver indicato, ancora una volta, come il “mito” risorgimentale non può sostituire la storia. L’Italia è stata unificata in fretta e da subito governata male. E di questo malgoverno i Savoia sono stati complici.

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Come ricordava giustamente Cristina Comencini al festival Letteratura, che si è appena tenuto a Verbania, e che da qualche anno è un riferimento per chi si batte per l’ambiente, la montagna, il giornalismo d’inchiesta, è difficile che in Italia escano stroncature di libri perché i recensori preferiscono scrivere dei libri che sono loro piaciuti (si dà per scontato che li abbiano anche letti). Io sono perennemente in ritardo con le mie recensioni perché appunto leggo tutto. E quindi adesso sto sia per rompere questa tradizione, sia per fare una cosa scorretta: sconsigliarvi un libro che non ho letto. In realtà sto semplicemente mettendovi in guardia contro la presentazione di un libro, La falange spagnola, di Paolo Rizza, così come mi è arrivata in un comunicato stampa. Testuale: «Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di José Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale. Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito». Per quanto i testi di esaltazione del nazismo e del fascismo o dello stalinismo (e perfino del maoismo) non siano così rari, una santificazione del falangismo spagnolo, alla base di una feroce e ottusa dittatura durata 40 anni, non mi era mai capitata fra le mani. Sembra una presentazione (anche nei toni) degli anni Trenta. Devo dire che molto correttamente l’editore ha risposto alle mie proteste. Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. E quindi io sono ancora sconcertata. Anche perché credo che le parole siano pericolose.

O preziose. Per questo spero che saranno preziose quelle che si ascolteranno, invece, dagli oltre cento autori (scrittori, intellettuali, artisti, politici, prelati e magistrati) attesi nel centro storico di Polignano a Mare, in Puglia, dal 6 al 9 luglio, per il festival Il libro possibile, arrivato al decimo anno. L’anteprima è stata il 24 giugno con la grande scrittrice nicaraguense Gioconda Belli e il suo Nel paese delle donne (Feltrinelli). Nelle quattro serate del Festival, una serie di tavole rotonde dedicate all’attualità (mafia e anniversario dell’Unità d’Italia), alla giustizia, all’economia, all’ambiente (green economy, ecomafie, allarme clima, centrali nucleari e risorse idriche), alla letteratura e allo spettacolo. Il 9 ci saranno i cinque finalisti dello Strega, dopo la nomina del vincitore (l’8 luglio). Tra gli ospiti cito solo Gianrico Carofiglio, Curzio Maltese, Federico Rampini, Nicola Gratteri, Serena Dandini, Walter Veltroni, Pietro Grasso, Innocenzo Cipolletta, Umberto Ambrosoli, Mario Tozzi, Pierluigi Vigna, Francesca Comencini, Ennio Fantastichini, Armando Spataro. Altri ospiti con la letteratura, o la buona letteratura, o con i temi “alti” c’entrano poco, anche se scrivono libri. Ma i festival cercano spesso di accontentare un pubblico vasto. E questo in Italia significa sempre far scelte “televisive”. Se però servisse per avvicinare nuovo pubblico ai libri, ben vengano. L’Italia, forse, sta cambiando. Adesso, più che mai, ha bisogno di farlo con l’aiuto della cultura.

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Cereda non si dimette. Il sindaco di Buccinasco, Loris Cereda, arrestato martedì 22 marzo per un presunto giro di tangenti, ha detto al giudice Gaetano Brusa durante l’interrogatorio di garanzia: le auto di lusso su cui viaggiava erano in prestito; i 5mila euro non erano una mazzetta ma una provvisione; e soprattutto: «sono convinto di essere stato un buon sindaco, di essere un buon sindaco e di poter essere un buon sindaco per Buccinasco anche in futuro». Ha fatto poesia. Ma in sostanza, non si dimette. Che cosa ci vorrà adesso, di che cosa dovranno mai essere accusati gli amministratori pubblici o i nostri rappresentanti politici perché si facciano da parte? Ha appena giurato un ministro, Saverio Romano, sul quale pendono due indagini (per ora non archiviate): una per concorso esterno in associazione mafiosa, sorta dalle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella. Archiviata una prima volta nel 2005, è stata riaperta dalla Procura per il sorgere di nuovi elementi. E una per corruzione aggravata, per avere agevolato Cosa Nostra: ad accusarlo è Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in rapporti con il boss Provenzano) che dice di avergli pagato tangenti per 50mila euro. Silvio Berlusconi ha liquidato la questione dicendo: «tutti i casi sono chiusi. Su Romano non c’è nulla». Visto il pulpito da cui viene la predica, c’è da credere che per il Premier ne sia convinto. Noi no. E non perché crediamo che Romano sia colpevole. Anzi, come cittadini onesti e nell’illusione che l’Italia non sia un Paese del tutto marcio, speriamo vivissimamente che le accuse si rivelino infondate. Ma finché si hanno sul capo ombre simili non si accetta di fare il ministro. Non lo si fa per dignità, per rispetto delle istituzioni, per servizio al Paese che, oggi più che mai, con l’occupazione da parte delle mafie anche delle regioni settentrionali, deve battersi contro la Piovra. Però siamo anche convinti che non basta più affidarsi alla coscienza delle persone che dovrebbero dimettersi. Non lo fanno: la sete di potere (che altro, se no?), il desiderio di restare alla ribalta, sono troppo forti. Il caso più clamoroso, o almeno quello che mi ha colpito di più in questi giorni, è quello della coppia presidenziale guatemalteca: Sandra Torres, la moglie del presidente in carica Álvaro Colom, ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali di settembre. La legge (l’articolo 186 della Costituzione, in vigore dal 1986) glielo impedirebbe. Risultato? Il 9 marzo Sandra ha presentato la sua candidatura e l’11 ha deposto in tribunale, con il marito, la domanda di divorzio. I due sono sposati dal 2003, ma l’opposizione denuncia che non si tratta affatto di una crisi del (quasi) settimo anno. Per carità, si può sempre litigare all’improvviso. Ma questa storia puzza di bruciato.

Che fare allora? Non con Sandra e Álvaro, ovvio. Ma per resuscitare la vergogna. Be’, è quasi ovvio: non rimanere indifferenti. Non lo dico io. Ma un libretto su cui riflettere, edito da Chiarelettere, che si intitola Odio gli indifferenti ed è firmato da Antonio Gramsci. La parola “odio” non mi piace mai. E in genere non porta da nessuna parte. Né credo, come sostiene Gramsci, che bisogna sempre “parteggiare”. E poi per chi, in questo momento? Gramsci sbaglia riducendo la partecipazione alla partigianeria. Ma ha del tutto ragione quando scrive: «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». E, aggiungerei, fa danni. Quindi occorre restare presenti. E chiedere regole che impediscano a persone sotto inchiesta di ricoprire ruoli cruciali. Si tratta solo di buon senso. Anche di senso del pudore.

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